L'ho comprato perché c'era scritto su ibs che è il libro preferito di Serena Dandini, e oramai mi fido di lei. E poi era anche fra i reminders, non sottovalutiamo l'aspetto economico!
L'ho letto praticamente insieme a 'Versi satanici' e così ho fatto una bella indigestione di India, l'India vista da punti di vista molto diversi. Hanif Kureishi , come il protagonista di questo romanzo, è nato a Londra da padre pakistano e madre inglese. Non so fin dove arrivano i punti in comune con il suo personaggio, né molto mi interessa a dire il vero, perché sono convinta, come Brodskij, che l'opera debba essere considerata in maniera abbastanza disgiunta dalla vita. Cmq cresce in un ambiente ibrido, la cosiddetta prima generazione di emigranti, e si ritrova a non essere nè inglese nè pakistano. Ma l'inizio del romanzo non è così:
'Mi chiamo Karim Amir e sono un vero inglese, più o meno. La gente mi considera uno strano tipo di inglese, come se appartenessi a una nuova razza, dal momento che sono nato dall'incrocio di due vecchie culture. A me però non importa, sono inglese (non che la circostanza mi riempia d'orgoglio), vengo dalla periferia a sud di Londra e sto andando da qualche parte'.
Ok, questo è il riassunto del romanzo, che viene definito fino alla nausea un romanzo di formazione, cioé uno di quei romanzi in cui il protagonista affronta un viaggio spirituale e ne esce cambiato. Stavolta funziona.
Il padre del protagonista, sempre dedito al filosofeggiamento per diletto personale, a un certo punto diventa il guru di riccastri che cercano una guida spirituale (più che altro perché va di moda, l'epoca è a cavallo tra '60 e '70), e all'inizio pensavo che fosse lui il budda, e mi aspettavo un ulteriore sviluppo. Sono rimasta delusa, per fortuna, altrimenti sarebbe stato troppo simile a 'Versi satanici'. Ah, tra l'altro Kureishi e Rushdie sono amici, dicono. Poi non so se si vedono.
Insomma, questo ragazzo affronta la fine dell'adolescenza e l'inizio della giovinezza passando da un casino al'altro: c'è il divorzio dei genitori, lui che scopre il padre che tromba con un'altra, poi va a vivere con loro, ma non è quasi mai in casa. E' innamorato del figlio di questa, e il padre lo scopre mentre hanno un momento di intimità, con accentuata finta partecipazione dell'altro. Poi decide di diventare attore, dicono i critici perché una persona senza identità è portata ad assumere identità diverse ma ben definite per non impazzire: attori tutti, ricoverati in centro di igiene mentale! Cmq è una teoria che regge. E' così preso dall'idea di fare l'attore che nemmeno si accorge che lo ghettizzano anche e forse di più in quel mondo, e quando la sua amica/amante glielo fa notare, lui fa quasi spallucce, perché vuole fare l'attore. Intendiamoci, non è come vediamo nei film americani, che lui sogna e lotta per fare l'attore: le occasioni gli si presentano sempre piuttosto facilmente, ma lui accoglie tutto con molta freddezza, senza mai scomporsi più di tanto. Anche quando soffre per amore, quando si ritrova in situazioni scabrose e poco piacevoli, non si agita molto, ma riflette, analizza, separa, quasi seziona i fatti, filosofeggia anche lui come il padre insomma, ma di una filosofia nuova, che non si basa sulla cultura della madrepatria, ma sulla cultura ibrida che lo ha reso quello che è.
Qcn ha detto che i personaggi intorno a lui sono semplici macchiette che non hanno spessore, e che vengono utilizzate solo per mettere in mostra e far agire l'enorme ego del protagonista. Non lo so, forse questo si potrebbe dire di molti romanzi scritti in prima persona, di molti romanzi di formazione. A me invece non pare così, a me sembra che lui rimanga freddo nei confronti del mondo esterno perché il mondo esterno è freddo nei suoi confronti. I suoi spostamenti per il mondo seguono le promesse d'affetto che gli vengono fatte (questo l'ho letto, eh? io non ci avevo fatto caso), ma sono promesse che vengono puntualmente disattese, o forse semplicemente non corrispondono alla sua idea di come sarebbero dovute andare le cose. Quando va a New York da Charlie, quest'ultimo lo implora di restare, ma lui va via perché pensa che l'amico lo usi come riflesso/test del proprio successo. Ora dico, può essere, ma può anche essere che fosse invidioso, o che gli desse fastidio non essere al centro dell'attenzione. Ma lui questo non lo dice. Non so perché si ha sempre questa mania di fare psicologia spicciola, mettendo i testa alla gente cose che non ha mai avuto!
Insomma, il budda delle periferie è Karim, e nessun altro, e il percorso che segue è purtroppo, o per fortuna, dipende dai punti di vista, un percorso di isolamento, contro il quale non può fare niente, perché pare che sia la sua natura a non tollerare alcune cose, e lui non vuole (giustamente) reprimere la propria natura. il budda è così separato dai desideri carnali, dall'attaccamento alle cose e alle persone, ed è concentrato in e su se stesso.
'Così restai lì seduto, nel cuore di quella vecchia città che adoravo, e che stava a sua volta in fondo a una piccola isola. Ero circondato da persone che amavo e mi sentivo insieme felice e triste. Pensavo a che casino era stata la vita finora, e che non sarebbe andata sempre così'.
Questa è la fine del romanzo.
Il prossimo che prenderò di Kureishi sarà 'The Black Album', che si prospetta altrettanto interessante, se non di più. Le curiosità sull'autore e Bowie ognuno se le cerca di per sè, che devo andare.