giovedì, 28 settembre 2006

Insomma, io sto lì che sto lavorando da brava ragazza, giro x le case, chiacchiero con la gente, etici etici. In una stradina devo visitare due case, una è il 33, l'altra il 32. Le ho visitate in quest'ordine. Al 33 ho trovato il capofamiglia che passava lo swiffer per terra (in effetti la moglie nn so che faccia abbia), e poi si è messo sulla soglia per salutarmi mentre andavo via. Non immaginava che dovessi andare al 32.

Suono, non mi risponde nessuno. Sto x andar via e lui mi fa: 'Guardi che forse c'è qcn, c'è il mezzo che usa XY* per andare in campagna'.

'OK, aspetto'. La mia attesa viene premiata, e il capofamiglia del 32 mi apre la porta.

Questo tra persone normali. Civili direi.

In realtà le cose sono andate così: mi avvicino al 32 e si sente già tramestìo dal garage che dà sulla stradina. Garage con le porte in anticorodal bianco,quelle col vetro su ogni lato, e in questo caso coi vetri spalancati ('per farti vedere meglio, bambina mia!'). Suono, e il cane bianco, che probabilmente pesa poco meno di me, si avventa sul vetro e ci sbatte su il muso, facendo un rumoraccio.

Io sono nel panico, la padrona mi ha già raccontato che hanno dovuto cambiare la maniglia della porta perché aveva imparato ad aprirla. Il mio cuore prima di scoppiare pensa che questo cane sia diabolico. Si avventa una seconda volta, più forte, sul vetro, e ripete lo stesso rumoraccio. Probabilmente si sta facendo male, e quindi si sta incazzando ancora di più. Mentre il tipo del 33 mi dice di aspettare, il cane fa il giro e comincia a gettarsi sulla porta di ingresso.

'Vabbè', penso io, 'è chiusa, ora manco lo vedo e non mi impressiono. aspetto altri due secondi, giusto x far finta di dar retta a questo qua, e poi me ne vado'. In questo preciso istante si apre la porta, e il mio corpo si tende (ora capisco cosa intendono i giallisti). Esce il padrone di casa, mentre io urlo 'NON APRA LA PORTA, IL SUO CANE MI ODIA!', che mi sembra pure una frase abbastanza appropriata alla circostanza. Lui invece mi guarda stupito, non con lo sguardo di chi non mi conosce, ma di chi ha appena ascoltato una stupidaggine. La bestia intanto cerca col muso di spostargli le gambe, per uscire in strada e cibarsi della mia cellulite. Ma la cosa non lo scompone minimamente.

Riesco a chiedere se c'è la signora, ma la signora non c'è, e lui non sa dove sono i soldi che mi deve dare. Perfetto torno domani ciao. Invece lui sta lì e fa per muoversi (che sadico stronzo!) e io urlo di nuovo 'NON LO FACCIA USCIRE, IL SUO CANE MI ODIA!'

'Perché, gli hai fatto qualche gesto?'

Sono rimasta allibita: che cazzo di domanda è? Come se io girassi per le case a fare gestacci ai cani per poi poter accusare i padroni. Capisco che quest'uomo è pazzo come il suo cane. Sorrido, dico di no e me ne vado, ma stavolta me la sono davvero fatta in mano. Non so se più per il cane o per il padrone.

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categoria:paiura
sabato, 23 settembre 2006

Insomma, appena finita la puntata di 'Sex & the city' ho svegliato Forrest perché mi portasse a casa. Oggi finalmente è entrato in campo Alexander Petrovskij, o meglio Baryshnikov. Nel tragitto in macchina l'ho raccontato a Forrest e lui subito giù a dirmi che noi donne siamo ridicole a sospirare dietro a uomini così vecchi solo perché si danno delle arie. Ora, io la gente che si dà le arie non l'ho mai potuta sopportare, ma lì per lì ho cercato di spiegarli che Baryshnikov è stato un grande ballerino, sui palcoscenici più importanti del mondo, ma mi ha zittito, ripetendo che siamo ridicole. In effetti non è un argomento granché valido...

In realtà io difficilmente andrei, adesso, con un uomo così anziano, perché mi sarebbe troppo palese la differenza della pelle al tatto: Forrest ha una pelle tonnica, liscia e morbida, un uomo più anziano, a meno che non sia gonfio come mio padre, difficilmente potrebbe reggere il paragone. E tra l'altro, in una vecchia puntata di S&TC Samantha andava con uno anziano (parecchio), ma dopo avergli toccato il sedere fuggiva via dalla stanza senza nemmeno una scusa.

Così, a rigor di logica, si dovrebbe pensare che sia il tatto a condizionare i rapporti umani, e non l'olfatto. Ok, forse i rapporti intimi. Ok, forse i rapporti intimi dopo una certa età. Dopotutto anche gli uomini, quando hanno la crisi di mezza età si gettano sulle ragazzette, e forse c'entra anche il tatto.

Ma ciò non spiega perché noi donne sospiriamo tanto davanti a Baryshnikov, o meglio davanti a Petrovskij. Con Baryshnikov così com'è sarebbe troppo facile: c'è il meccanismo che scatta automaticamente (dicono) nelle donne che frequentano un gay: io lo riporterò sulla retta via. Non di regola però, eh?

Così mi baso sul personaggio. O sulla fusione di personaggio e attore, che è meglio. 

Baryshnikov perché è altero nel portamento, e questo indica una certa nobiltà forse di natali, il che lascia presupporre a noi donne romantiche anche nell'indole. Petrovskij perché è un artista, scultore, pittore, etc. Infatti Baryshnikov è ballerino e poi coreografo. Entrambi sono russi, una popolazione che viene giudicata su luoghi comuni, come i greci, gli spagnoli, gli italiani... I russi passano per intensi, passionali, agitati da sentimenti forti d'amore, patriottismo e disperazione. Soprattutto l'ultima penso smuova parecchio, perché poi scatta l'istinto da crocerossina, o da mammina. Così non funziona più la teoria secondo la quale un uomo più anziano ha più cose da raccontare, è più affascinante perché ti spiega la vita, è più rassicurante insomma.

Quello che non sempre salta agli occhi è che i russi, specialmente quelli di questo secolo, cioé del secolo scorso, (non che ne abbia conosciuti molti nell'ottocento) sono pratici, tendono a non dare molto peso all'edulcorazione delle cose, ma vanno al sodo. Come faceva Brodskij.

Insomma, la conclusione di tutto ciò è che devo un po' cercare di allargare il numero delle mie teorie psicologiche, perché son stufa di ridurre sempre tutto a crocerossina, mamma, favole (che a quanto ho capito piacciono solo a me), anziano=affascinante=padre. Mi divento monotona. Per ripetermi.

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categoria:uita
venerdì, 22 settembre 2006

L'ho comprato perché c'era scritto su ibs che è il libro preferito di Serena Dandini, e oramai mi fido di lei. E poi era anche fra i reminders, non sottovalutiamo l'aspetto economico!

L'ho letto praticamente insieme a 'Versi satanici' e così ho fatto una bella indigestione di India, l'India vista da punti di vista molto diversi. Hanif Kureishi , come il protagonista di questo romanzo, è nato a Londra da padre pakistano e madre inglese. Non so fin dove arrivano i punti in comune con il suo personaggio, né molto mi interessa a dire il vero, perché sono convinta, come Brodskij, che l'opera debba essere considerata in maniera abbastanza disgiunta dalla vita. Cmq cresce in un ambiente ibrido, la cosiddetta prima generazione di emigranti, e si ritrova a non essere nè inglese nè pakistano. Ma l'inizio del romanzo non è così:

'Mi chiamo Karim Amir e sono un vero inglese, più o meno. La gente mi considera uno strano tipo di inglese, come se appartenessi a una nuova razza, dal momento che sono nato dall'incrocio di due vecchie culture. A me però non importa, sono inglese (non che la circostanza mi riempia d'orgoglio), vengo dalla periferia a sud di Londra e sto andando da qualche parte'.

Ok, questo è il riassunto del romanzo, che viene definito fino alla nausea un romanzo di formazione, cioé uno di quei romanzi in cui il protagonista affronta un viaggio spirituale e ne esce cambiato. Stavolta funziona.

Il padre del protagonista, sempre dedito al filosofeggiamento per diletto personale, a un certo punto diventa il guru di riccastri che cercano una guida spirituale (più che altro perché va di moda, l'epoca è a cavallo tra '60 e '70), e all'inizio pensavo che fosse lui il budda, e mi aspettavo un ulteriore sviluppo. Sono rimasta delusa, per fortuna, altrimenti sarebbe stato troppo simile a 'Versi satanici'. Ah, tra l'altro Kureishi e Rushdie sono amici, dicono. Poi non so se si vedono.

Insomma, questo ragazzo affronta la fine dell'adolescenza e l'inizio della giovinezza passando da un casino al'altro: c'è il divorzio dei genitori, lui che scopre il padre che tromba con un'altra, poi va a vivere con loro, ma non è quasi mai in casa. E' innamorato del figlio di questa, e il padre lo scopre mentre hanno un momento di intimità, con accentuata finta partecipazione dell'altro. Poi decide di diventare attore, dicono i critici perché una persona senza identità è portata ad assumere identità diverse ma ben definite per non impazzire: attori tutti, ricoverati in centro di igiene mentale! Cmq è una teoria che regge. E' così preso dall'idea di fare l'attore che nemmeno si accorge che lo ghettizzano anche e forse di più in quel mondo, e quando la sua amica/amante glielo fa notare, lui fa quasi spallucce, perché vuole fare l'attore. Intendiamoci, non è come vediamo nei film americani, che lui sogna e lotta per fare l'attore: le occasioni gli si presentano sempre piuttosto facilmente, ma lui accoglie tutto con molta freddezza, senza mai scomporsi più di tanto. Anche quando soffre per amore, quando si ritrova in situazioni scabrose e poco piacevoli, non si agita molto, ma riflette, analizza, separa, quasi seziona i fatti, filosofeggia anche lui come il padre insomma, ma di una filosofia nuova, che non si basa sulla cultura della madrepatria, ma sulla cultura ibrida che lo ha reso quello che è.

Qcn ha detto che i personaggi intorno a lui sono semplici macchiette che non hanno spessore, e che vengono utilizzate solo per mettere in mostra e far agire l'enorme ego del protagonista. Non lo so, forse questo si potrebbe dire di molti romanzi scritti in prima persona, di molti romanzi di formazione. A me invece non pare così, a me sembra che lui rimanga freddo nei confronti del mondo esterno perché il mondo esterno è freddo nei suoi confronti. I suoi spostamenti per il mondo seguono le promesse d'affetto che gli vengono fatte (questo l'ho letto, eh? io non ci avevo fatto caso), ma sono promesse che vengono puntualmente disattese, o forse semplicemente non corrispondono alla sua idea di come sarebbero dovute andare le cose. Quando va a New York da Charlie, quest'ultimo lo implora di restare, ma lui va via perché pensa che l'amico lo usi come riflesso/test del proprio successo. Ora dico, può essere, ma può anche essere che fosse invidioso, o che gli desse fastidio non essere al centro dell'attenzione. Ma lui questo non lo dice. Non so perché si ha sempre questa mania di fare psicologia spicciola, mettendo i testa alla gente cose che non ha mai avuto!

Insomma, il budda delle periferie è Karim, e nessun altro, e il percorso che segue è purtroppo, o per fortuna, dipende dai punti di vista, un percorso di isolamento, contro il quale non può fare niente, perché pare che sia la sua natura a non tollerare alcune cose, e lui non vuole (giustamente) reprimere la propria natura. il budda è così separato dai desideri carnali, dall'attaccamento alle cose e alle persone, ed è concentrato in e su se stesso.

'Così restai lì seduto, nel cuore di quella vecchia città che adoravo, e che stava a sua volta in fondo a una piccola isola. Ero circondato da persone che amavo e mi sentivo insieme felice e triste. Pensavo a che casino era stata la vita finora, e che non sarebbe andata sempre così'.

Questa è la fine del romanzo.

Il prossimo che prenderò di Kureishi sarà 'The Black Album', che si prospetta altrettanto interessante, se non di più. Le curiosità sull'autore e Bowie ognuno se le cerca di per sè, che devo andare.

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categoria:libbri
mercoledì, 20 settembre 2006

Io non vorrei risultare di parte, ma devo dire sin dal principio, per evitare fraintendimenti, che io sono innamorata pazza di Johnny Depp da quando faceva '21 jumpstreet'. Chi se lo ricorda? Probabilmente soltanto io. Però mi ricordo benissimo che faceva il poliziotto infiltrato tra i ragazzini, e man mano che si andava avanti con le puntate diventava sempre più outsider, bello e maledetto, ma soprattutto bello. Eh, io me lo ricordo che quelli erano gli anni in cui aveva problemi personali, si drogava, beveva, distruggeva camere d'albergo e nasi. Un comportamento deplorevole. Ma era bello bello bello. A quanto pare c'è solo uno dei suoi film che non ho visto, 'Arizona dream', che manco sapevo esistesse, ma vedrò di supplire a tale mancanza.

A chi si chiede che diavolo abbia quest'uomo per piacere tanto alle donne, io rispondo con le parole di Marlon Brando: Marlon e Johnny hanno recitato insieme in 'Don Juan de Marco maestro de amor', e del giovane il vecchio del cinema disse che aveva una profondità espressiva introvabile in qualcun altro del nuovo cinema, gli occhi che parlano. Di chi altro si può dire la stessa cosa? Non mi viene in mente nessuno.

Ed ecco perché magari sbaglia i film ('La moglie dell'astronauta' è brutto, secondo me è stato un tentativo commerciale di mettere insieme due belloni e una trama di suspence), ma lui rimane sempre il protagonista incontrastato. La sua recitazione si adatta al ruolo, senza più sforzi ormai. Anche nell'orribile 'moglie dell'astronauta' lui non muove un muscolo del viso che non sia necessario, e non perché è inespressivo, ma perché è alieno e cattivo.

Sono andata a vedere 'I pirati dei caraibi' domenica, e ora sinceramente non so se dire che lo preferisco in quel film (o anche nella puntata precedente), o nei primi piani intensi che gli fcevano in 'Dead man'. Anche Forrest riconosce che ha più di qualche merito, sia artisticamente che fisicamente. Nonostante tutto mi prende in giro, perché quando vedo qualche sua foto, specie quelle grandi (avete visto Donna Moderna della settimana scorsa?) trattengo il fiato un decimo di secondo, e lui mi fa il verso. Ma che ci posso fare io se son vittima di questa passione da anni, e non trovo nessun motivo valido per cancellare cinicamente anche questa? Johnny mi ha accompagnato negli anni, ognuno di noi ha fatto la sua vita, è andato per la sua strada, ed è più o meno soddisfatto di quello che ha. (Vabbè, forse lui un po' di più.) lui è l'emblema del romantico a oltranza, che si innamora all'istane e per sempre della sua donna, che gli tira fuori tutto ciò che di buono portava nascosto nell'animo, l'eroe che lotta e che soffre, anche se non mi pare che si batta per nessun obiettivo mondiale o acquatico o forestale o politico. Mi pare.

Poi quando mi sono ritrovata a guardarla da sola quella foto mi sono resa conto che un po' il cuore ha sballato il battito, che ero emozionata, come un adolescente, anzi peggio, visto che era solo una foto, e che ci sto pure a scrivere sul blog.

Ma volete mettere quando scriverò di come mi sballa di brutto il cuore quando guardo Forrest negli occhi mentre facciamo l'amore, o quando ci diciamo le verità e sappiamo che sono verità anche senza dirlo, o quando a volte mi viene a prendere e io dopo 5 anni sorrido ancora come i primi mesi?

postato da: padellara alle ore 17:13 | Permalink | commenti
categoria:movies, maledizioni, lammore